Racconti

Pickles

-“Kara… Kara. Presto, si sta svegliando, presto! Kara. Kara!”

La dottoressa Sage McEgan continuò a ripetere quel nome per molti minuti prima che Kara aprisse completamente gli occhi. La luce al neon della sala d’attesa. Il saturimetro che le cingeva l’indice. L’ago cannula lasciava scorrere, lentamente, una flebo di soluzione glucosata. Il volto pallido della dottoressa, oltremodo magra e con le ossa delle mani sporgenti, si chinò vicino a lei per chiederle come stava.

-“Chi è lei? Perché sono qui?”

-“Aspetta, ti prego. Io sono la dottoressa Sage McEgan, lavoro nel reparto di rianimazione. Lui è Mads, un mio collega, anestesista. Come ti senti?”

-“Cosa è successo!? Perché sono qui? La macchina con i fari forti ci è venuta addosso?!”

-“La ragazza non sembra presentare segni di amnesia né altri disturbi a livello cognitivo. Scusa Kara, so che se scossa, ma ti dispiacerebbe dirmi quanto fa 12×12?”

-“Due per due quattro, uno per due due…”

-“Va bene, tranquilla, basta così. Confermo, nessun danno evidente.”

-“Come fa a sapere che mi chiamo Kara?”

-“L’ho letto sui tuoi documenti.”

-“I documenti li aveva mio padre. Neanche lui è morto, quindi?”

-“Kara, sai, ogni essere umano ha un tempo di ripresa differente.”

-“E’ morto?”

-“No, ma non è neppure sveglio. È in un limbo in cui prima eri anche tu, ma siamo speranzosi.”

-“Gli altri? Mio fratello, Ella… Argo?”

-“Kara…”

-“Sono morti?”

-“S… Sì! Ora però devi riposare.”

-“Anche Argo?”

-“Sì… in clinica veterinaria non hanno potuto fare nulla per salvarlo.”

Non una lacrima solcò il volto della giovane. Non pianse neppure quando, pochi giorni dopo, si trovò dinanzi alla morte del padre, lei cui condizioni divennero sempre più critiche.

Kara si riprese in fretta. Qualche costola divelta. Una vertebra lussata. L’omero rotto. Eppure in solo un mese, fisicamente, stette bene.

Si trasferì a casa della zia materna, dove visse fino ai diciotto anni. Raggiunta quella soglia d’età, scongelò il patrimonio, abbastanza cospicuo, del padre, ne investì una piccola parte in affari quasi sicuri, e spese gli altri girovagando per i vari stati. Ostelli modesti ma pieni di ragazzi, treni economici, voli low cost e last minutes. Non era raro chiederle dove fosse diretta e sentirsi rispondere che sarebbe andata nel luogo il cui volo fosse meno costoso. Passarono cinque anni di peregrinare inquieto, ed ella, a soli ventitré anni, poteva vantare di aver visitato ben centotrentadue paesi del mondo, compreso Gibuti e le Isole Salomone. Tornata a casa della zia materna, poco prima di entrare, scelse di non farlo e riprese il suo viaggio. Scese a piedi, camminando sotto il sole cocente e la pioggia torrenziale per ben tredici giorni, poi affittò un camper e si diresse a sud, al parco delle sequoie, per poi risalire a nord, senza meta. Dall’aspetto ancora curato come quando iniziò il suo viaggio, Kara appariva però invecchiata, quasi irriconoscibile. Passarono forse altri cinque anni, o forse dieci. Visitati tutti i centonovanta sette paesi del mondo, ella decise di non salire mai più su un aereo, fermandosi vicino Montreal e noleggiando un auto. Prima di salirci, però, andò al supermercato più vicino, comprò un barattolo formato famiglia di pickles, la mise sul sedile posteriore, e per la prima volta pianse. Era tutto come un tempo. Salì sull’auto, e, con le mani tremanti, guardò quel barattolo di cetrioli in salamoia. Aveva da poco preso la patente, il padre era stanco di guidare, lei voleva provare. Si scambiarono di posto. Lei schiacciò la frizione, mise la prima, poi la seconda, la terza, la quarta, la quinta. Era spensierata. Poi due fari nel buio. Il barattolo che barcolla. Lei frena. Il barattolo si infrange, facendo fuoriuscire tutta la salamoia sulla tappezzeria della macchina. Tutti morti tranne lei. Sprofondò in un mare di lacrime, ma trovo anche divertente che, nonostante tutto ciò che i viaggi le avevano insegnato, il senso della vita era racchiuso nel fragile vetro di un barattolo di cetrioli in salamoia. Pianse. Pianse. Pianse. Poi schiacciò la frizione. Mise la prima. La terza. La quinta. (Il tempo le aveva insegnato a cambiare le marce a due a due). Vide un muro, e fissando il barattolo sul sedile posteriore, ci si gettò contro a tutta velocità. Questa volta non ci fu nulla da fare. Perché nessuno può fuggire dal dolore. La sofferenza è come una piaga, o la cura risulta dolorosa ma efficace, oppure va in cancrena e l’arto va amputato.

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