Racconti

Esattamente come Prima

Erano le sei del mattino di un’anonima giornata di Giugno. Il professor M., distinto e stimato insegnante di greco e latino all’imponente Liceo Classico “Melisso di Samo”, dopo ben quarantacinque anni di servizio, stava per affrontare il suo ultimo giorno di scuola. Nervoso, come era suo solito essere, spalancò le finestre ampie e ingiallite dal sole del suo bilocale arredato con gusto ben trentatré anni prima, per poi richiuderle con un gesto ampio e dirigersi verso il bagno antistante la stanza. Il professore si lavò minuziosamente, si vestì con abiti eleganti ma squisitamente eccentrici ed infine ricoprì i suoi radi capelli con una strana gelatina grigiastra. Fece tutto a passi tardi e lenti, quasi fosse l’ultima volta che si alzasse dal letto e andasse a vestirsi, ma, nonostante ciò, il sopracciglio ballerino che lo contraddistinse per tutta la sua vita lo accompagnò fino all’ultima passata di gelatina sui capelli. Prese le chiavi di casa dall’armadio posto all’entrata. Mise il portafoglio nella tasca dietro dei pantaloni. Il fazzoletto di stoffa ampiamente decorato e con su incise le lettere E.M. venne posto nella tasca destra, come ogni mattina. Poi si diresse dinanzi allo specchio e, lustrandosi il baffo fresco di taglio ma comunque giallognolo, ringraziò il cielo di essere ancora vivo. Finalmente uscì di casa. I passi, dapprima spediti, si trasformarono in breve tempo in gravosi, quasi il professor M. tenesse sul capo un macigno che lo faceva sprofondare sul terreno ancora umido di piogge primaverili e rugiada. Lo sguardo forte e fiero lasciò posto ad tiepido sorriso, poi, uno sguardo carico di dolore. Continuò quella marcia fino all’arrivo a destinazione. Il Liceo appariva, come ogni mattina, imponente nelle sue rovine. Eppure un senso forte di inquietudine afflisse l’anziano signore, che forse per la prima volta, toccandosi la giacca logora, vide la propria follia. Il Liceo Classico “Melisso di Samo” era stato distrutto anni prima dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, ed ogni mattina egli vi dirigeva e, con gesti ampi ed esagerati, salutava una platea inesistente. Insegnava al nulla. Parlava a chi, purtroppo, da molto non aveva più la facoltà di ascoltare le sue ciance inutili. Si sbottonò la camicia, ingiallita dal tempo e dal tabacco. Ora ricordava l’esplosione. Lui era lì, o meglio, poco lontano da lì. Sentì lo scoppio. Vide il fumo. Sentì le urla. Fuggì. Era impotente. Si segregò in casa. Visse nascosto. Poi la guerra finì, ed egli ricominciò a lavorare, esattamente come prima. Anche se simile al passato, ormai, non era rimasto nulla.

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