Racconti

Tu sei Fatta per il Troppo

Lo stomaco si contorceva sotto il peso dei battiti, accelerati ed insistenti, che non le permettevano di camminare. Ogni respiro era una coltellata al petto. Espirare come venir accoltellati, inspirare come strappare via con forza quel corpo estraneo da sé. Cosa le stesse succedendo, lei non lo sapeva, ma ciò che stava provando era un dolore lancinante, più forte di ogni sofferenza mai provata in vita sua. Eppure stava bene. Non un solo lembo della sua pelle era sgualcito o lievemente ferito. Ogni organo era al suo posto, sano, integro, funzionante. Eppure fiotti di lacrime iniziarono a solcarle il volto, dapprima silenti, per poi sfociare in un pianto disperato, rumoroso e sordo. Le mani iniziarono a tremare, la vista ad annebbiarsi. Non piangeva così da tanto, troppo tempo. Si tocco le gambe. Le cosce. I polsi. Le dita. Non si riconosceva. La stanza era bianca. Asettica. Una parete gialla la rendeva allegra, adatta a dei bambini. Una grande macchia rossa. Per lei era solo bianca. Bianca come la sua anima in quel momento. Svuotata. La stanza era silenziosa. Non un fiato. Due persone. Sedute. In silenzio. Eppure avrebbe avuto voglia di infilarsi della cera bollente dentro il condotto uditivo per far cessare l’urlo dentro la sua testa. Era arrivata lì perché un diavoletto le stava distruggendo la vita. Una vocina le impediva di vivere. Un’ansia costante, pressante, incessante. Poi era stata bene. Ed adesso questo. Un piccolo effetto collaterale si era detto all’inizio. Un bisogno di cambiamento che interesserà pochi aspetti della sua vita. È solo un momento. Passerà. Eppure lei adesso aveva voglia di morire. Sapeva, anzi, era certa di non farcela. Se lei era la sua unica certezza, come avrebbe mai convissuto sapendo di non essere stata onesta con se stessa? Ed ecco un altra fitta al cuore. Solo silenzio. Le mani neppure tremavano più, erano lì, inermi, come il resto del corpo, che voleva diventar freddo una volta per tutte.

-“Hei. Stai bene? Non devi rispondermi per forza. Prenditi il tempo che ti serve.”

Ancora lacrime. E ancora. E ancora.

Poi altre parole, incomprensibili alle sue orecchie.

-“Sai, capita a tutti. Quando la maschera crolla, si resta soli. Almeno inizialmente. Ora sono solo due le strade:

O scegli di cambiare con tutte le tue forze. O…”

-“O?”

-“Non riuscirai a convivere sapendo di non conoscerti. Fidati. La consapevolezza è più pesante di qualunque macigno.”

-“E se non fossi in grado? Se a metà strada crollassi. Se non ci riuscissi?”

-“Vedi la macchia sul muro? Sì, proprio quella rossa. Ecco, quando mi hai chiesto cosa fosse ti dissi che era una rappresentazione di una macchia di Rorschach usata per fare dei test immediati ai nuovi pazienti. Beh, in realtà è una macchia di sangue. Un ragazzo come te, anzi, pochi mesi più grande, venne da me con una storia molto complessa, un po’ come la tua. Intricata, che iniziava in tenera età e si divincolava fino a quando, ormai stremato, non decise di chiedere aiuto. Anch’egli si fidava solo di una cosa: se stesso. Ed anche lui venne schiacciato dal peso della consapevolezza, che, quando arriva, lascia l’uomo senza fiato. Bene, lui non riuscii a sopportare neppure le prime urla nella sua testa. Neppure i primi respiri. Neppure i primi tremori. Fu tanto. Fu troppo. E lui non era fatto per il tanto. Per il troppo. Si prese la testa fra le mani, poi, emulando Pier Delle Vigne, si lanciò con forza contro il muro, e si lasciò morire. Non era fatto per la vita. Tu invece, beh, sei forte. Molto più di quanto credi, ma poco meno di quanto dai a vedere. Hai gettato la tua maschera. Hai trovato i tuoi punti deboli. Accettali. Accettati. Cambia per te. Non cambiare per gli altri. Perché ricorda: devi perdere il controllo per poi poterlo recuperare.”

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