Questa è la storia di un cavaliere innamorato. No. No. Non direi innamorato, direi più rapito. Ossessionato. Davantino ciò che egli amava, esso perdeva il senno. La sua mania era tale da frenarlo in un duello o farlo cadere da cavallo, se solo davanti gli si parava del fuoco. Il cavaliere, che nacque con una sella già al fianco, ed una spada poco sotto la madre urlante per le doglie del parto, fu, fin da prima di pronunciar la prima parola, ossessionato dal fuoco. Forse fu la madre, una giovane donna con i capelli rossi, la pelle bianca e gli occhi persi, a trasmettergli questa ossessione. Sta di fatto che, forse la fiamma, o il movimento, il calore o forse il colore, nessuno capiva cosa lo affascinasse tanto. A soli tre anni, il suo atteggiamento pilota aveva spinto ogni singolo uomo di corte ad accontentarlo. Ma le sue non erano richieste articolate, o difficili da esaudire, anzi, il cavaliere aveva solo una richiesta: cosa da ardere. Candele, paglia, legna, vecchi vestiti, perfino cadaveri. Tutto ciò che poteva essere bruciato, lui lo voleva vedere. Non che lo studiasse, come un medico studia un’epidemia. Non che lo temesse, come chi studia il suo nemico per colpirlo nel punto debole, e neppure lo riteneva magico. Soltanto lo fissava, ed in esso si ritrovava. Passarono le stagioni, ed il cavaliere divenne realmente cavaliere. Combatté in Armenia, in Russia, in Prussia. Affrontò i peggiori nemici sulle coste del Mediterraneo e si spinse fino a Granada. Superò l’inverno, la malattia, le ferite di guerra, solo per poter guardare, a notte fonda, le sue amate fiamme. Si distinse in battaglia per la severità con cui puniva i suoi nemici, falciandoli come grano. Una però fu la caratteristica che più lo fece stimare e temere dai suoi contemporanei: non lasciava i cadaveri, di nessuna fazione, sul campo di battaglia. Non importava se fossero dieci, cento, mille, un milione di uomini, l’importante era che i corpi formassero una pira e bruciassero. Nelle corti si iniziò a vociferare su di lui. Si diceva che egli non combatteva per spirito cavalleresco o per la propria patria, ma solo per aver dei corpi da bruciare. E forse era vero. Passarono molti altri anni, e sul volto del cavaliere, conosciuto ormai da tutti come “il cavaliere senza morti”, iniziò a spuntare, fra le numerose cicatrici di guerra, un tenero candore. Era invecchiato. Le possenti braccia erano ancora in grado di brandire una spada, ma se solo si fosse trovato un ragazzo giovane e forte la metà di lui, sarebbe sicuramente morto sotto i colpi veloci dell’acerbo cavaliere. Negli anni rifiutò feudi e matrimoni, a lui interessava solo il fuoco. La pelle che bruciava e piano piano si ritirava, che diventava scura e si riempiva di bolle. I capelli che ardevano come paglia secca. Le ossa che ci mettevano sempre troppo a consumarsi, anche se per lui mai nessuna fiamma era abbastanza. Non ne era mai sazio, ne mai voleva esserlo. Gli anni passarono ma lui non morì. Ancora in battaglia, sotto di lui, morivamo cadetti e cavaliere valorosi. La sua pelle era ormai consumata dalle ferite, gli occhi erano persi ed i capelli lunghi e grigi. Il mantello sgualcito lasciava intravedere pezzi di cotta di maglia distrutta. Forse trent’anni che non tornava a casa, forse quaranta che non si quietava. Una leggenda vivente, che servì ben quattro re differenti. Ormai più che centenario, il re lo chiamò alla sua corte. Lo trasse in inganno e, insospettito dalla sua longevità e forza, con una scusa, lo imprigionò.

-“Sei forse tu uno stregone? O un forse un mago? Un eretico? Come puoi combattere ancora, adesso che hai 109 anni?”

-“Io non sono mago, e non sono eretico, io sono sopra entrambe le parti.”

-“Ah si, e allora chi sei? Chi sei per essere superiore ad un Dio e non usare la magia?”

-“Io sono il diavolo, che nutre la sua fame ultraterrena con il sangue ed il fuoco dei guerriere terreni!”

-“Schiocchezze! Idiozie! Io non ti credo!”

-“Posso darti una prova di quelle dico.”

-“E allora dammela. Su. Forza.” Il re si mostrò spavaldo, ma dentro il sangue ribolliva, forse per paura, forse per qualcos’altro.

-“È la prova che vuoi? Bene, guarda fuori dalla finestra. Cosa vedi?”

-“Fiamme. L’impero è distrutto.”

-“Ed ora guardati addosso. Cosa senti?”

-“Fiamme. Sento il fuoco che mi avvampa i piedi. Sento la morte.”

-“Aspetta a morire! Guardami in faccia, cosa vedi?”

-“Un paio di occhi rossi, ed il volto del dem…”

-“Il volto del demonio!”

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