Caro adulto,Sei disposto a dedicare cinque minuti ad una ragazza che vuole aprirti gli occhi? Sai, voglio raccontarti la mia vita, o meglio, un breve spezzone di essa, per aprirti gli occhi sulla condizione degradante che tu fai vivere ai giovani. 

È un brutto periodo. O meglio, non sta succedendo nulla di incredibilmente atroce o di insormontabile. Nessun problema grave o irrisolvibile. È più un periodo di calma piatta, o meglio, di piatta malinconia. Nulla va come vorrei. Ho sempre voglia di piangere, ed io non piango mai. E quando lo faccio mi sento stupida, perché non soffro così tanto da poter piangere. Scrivo molto ma in modo confuso. Leggo poco, non ho tempo. Sono mesi che non prendo in mano una penna per fare un disegno. Ci sto male. 
Sono andata interrogata in inglese. Io amo l’inglese. Io ho letto Macbeth in inglese. Io sono stata 15 giorni a Londra. Io l’ho detto alla mia prof di inglese. Io sono presuntuosa. 5.50. Meritavo di più!

Si sono messi a piangere. Hanno fatto i deboli. Hanno riempito i loro occhi di lacrime e le loro bocche di “umiltà”. 7. Meritavano di meno!

Io non sono un valore. A me non frega nulla di un numero. Ma non piangerò per ottenere qualcosa. Io non devo fare pietà. Devo guardarmi allo specchio ed essere felice di come sono. Per inciso ho preso 9 in italiano e 3 in educazione fisica. Io comunque non sono un numero. Io sono un pensiero scritto nero su bianco. Sono una voce flebile che grida in una stanza buia. Sono un pensiero che vuole fare la rivoluzione. Non sono un numero. Non sono il mio peso. Non sono la mia altezza. Non sono un semplice ammasso di atomi, o di semi, o di radici in un periodo di lotte. Non sono un essere, non sono un non essere. Non ho una base a croce Latina. E nemmeno a croce greca. Non posso essere disegnata su una colonna. Non sono troppo fragile, ma sono troppo fragile. Non lo sono perché non voglio esserlo, ma lo sono perché mi spingono ad esserlo. Ci state rovinando, voi adulti, o meglio, voi giovani di ieri. Ci volete malleabili ma criticate le nostre debolezze. Ci ricopriamo di convinzioni, di parole, per nasconderci, e diventiamo presuntuosi. Ci dite di mettere un filtro, ma acclamate l’onestà. Ci date dei boriosi e degli arroganti, ma poi ci chiedete di cambiare il mondo. Siete un controsenso, cari giovani di ieri, perché infondo, questo siete. Giovani che non hanno saputo cambiare il mondo. Giovani che non hanno saputo essere forti. Giovani che sono caduti e forse non si sono rialzati. Giovani che ormai giovani non lo sono più. Anche noi non saremo più giovani, e non faremo più le rivoluzioni. E non urleremo al vento parole sconnesse. Ma, almeno ora che lo siamo, potete lasciarcelo fare? Davvero non vi facciamo pena, così sconnessi/sconclusionati/soli? Siamo soli perché mettiamo noi stessi davanti agli altri. Siamo soli perché non condividiamo le nostre fragilità. Siamo soli e basta, senza una ragione. Io sono sola. Sono meno sola solo quando sono con Pasolini. Sono meno sola quando penso ai giovani negli anni cinquanta, quando scendendo in piazza si sono fatti sentire. Sono meno sola quando leggo “Fra l’Italia e l’Italia mai più” in Marzo 1821 di Alessandro Manzoni. Sono meno sola quando mi declino al passato, e torno indietro. Sono meno sola quando c’era voglia di cambiare, e non di distruggere. Cari giovani di ieri, pensateci, perché noi giovani di oggi, non abbiamo più voglia di combattere lotte in teoria e soccombere sotto le peggiori lame: le parole.
Sperando che le mie non restino semplici parole,

Io vi lascio, ma voglio che mi facciate una promessa (soprattutto chi si rapporta spesso con i ragazzi),                                         Dateci coraggio. Accettate l’esuberanza. Apprezzate la socievolezza. Capite le nostre attitudini. E ricordatevi sempre che nessuno si lava da solo, e noi, adolescenti ancora in fase di crescita, abbiamo bisogno di una mano forte che ci aiuti a venir sù bene.

Ora vi saluto,

Sempre vostra,

Lea.

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