Racconti

L’incubo del Sogno

-“Mi stai sentendo?”

-“Sì. Sì. Ti sto sentendo!”

-“E allora rallenta!”

-“Sono le quattro del mattino. Chi vuoi che ci s…”

-“Appunto devi rallentare, perché sono le quattro del mattino! Mi puoi ascoltare!?”

-“NO! No che non ti ascolto! Ti ho ascoltata tutta la serata. Mi hai mollato. Mi hai mollato in una fottuta discoteca. Mi hai mollato un fottuto sabato sera. Mi hai mollato e nonostante tutto non ti ho lasciato in mezzo ad una strada, ed io dovrei anche ascoltarti?”

-“Si che devi. Perché anche se io per te in questo moneto merito di morire, su questa fottuta macchinina ci sei pure tu!”

-“DEVI STARE ZITTA!”

Paul si girò verso di lei e le prese la faccia con la mano. Il volante libero, senza nessuno che lo tenesse. Degli abbaglianti davanti a loro. Un clacson. Un camion. Forse meglio dire un tir. Le mani di nuovo sul volante. Il guard rail. Il tir lo hanno evitato, eppure sono sotto ad uno strapiombo. Lei morta. Lui no.

            

Un lunghissimo sospiro. 

Buongiorno.

Anche stamattina Paul si è svegliato con lo stesso sogno nella testa. La lite. Lui che le mette le mani addosso. Gli abbaglianti. Lui che riprende il volante. Gira per non investire. Accelera. Crede di essere salvo. Poi vola via, sotto lo strapiombo. La testa mozzata di lei. Gli occhi vitrei, ancora vivi. Il corpo maciullato. E lui senza un graffio.

Sembrerebbe un ricordo, eppure non lo è. È solo un sogno. Un orrendo, ripetitivo, sogno. Paul ha solo diciassette anni, quindi non ha una macchina. Ed anche la avesse, dubita che sua madre lo lascerebbe andare in giro fino alla quattro del mattino. Eppure i dettagli. Le emozioni. Lui prova tutto ciò che prova il ragazzo, (anche se ancora non gli è chiaro se quel ragazzo sia lui). Infondo però Paul sa benissimo cosa sia il sogno che fa. È una premonizione. Se lo ricorda benissimo, quando, a soli quattro anni, sognava suo papà. Ogni sera alle nove si coricava, ma aspettava molto prima di addormentarsi. Quando finalmente prendeva sonno, una sola immagine prendeva vita nella sua testa. Un uomo con una pistola dietro suo padre. Sua madre accasciata a terra che piangeva. Le sorelle che urlavano. Lui piccolo che si lanciava per evitare la morte del padre. La pallottola che lo sfiora. Il sangue. Gli occhi, uguali a quelli della ragazza morta sulla macchina. Vitrei, ancora vivi. Accadde pochi mesi dopo. Fu tutto come nel suo sogno. Questo gli causò un grave problema di agorafobia, che poi si trasformo in fobia sociale e depressione. Era, e lo è tutt’ora, fortemente convinto di aver ucciso suo padre. Non poteva sopportare l’idea di poter causare la morte ad altre persone, a lui forse care, o forse sconosciute. Come quella volta che, dopo aver sognato un certo uomo, scuro di pelle e con una barba strana. Paul era piccolo, e non lo conosceva, eppure lo sognava spesso. Finché, in un tiepido giorno di Ottobre, guardando distrattamente il telegiornale (cosa che non faceva mai), vide l’uomo dei suoi sogni, morto, nel modo stesso in cui lo sognava lui. Ucciso da un colpo di pistola, poi esposto, e solo dopo seppellito. Questa immagine lo terrorizzò. Gli fece ricollegare tutto. Suo padre, l’uomo che poi scoprirà chiamarsi Gheddafi, la vecchia del quinto piano precipitata di sotto, l’alano dei suoi nonni, la bambina rapita e poi trovata nelle rive di un fiume, e molti altri volti. Tutti, meno del padre, a lui sconosciuti. E tutti morti.

“Cosa mai posso aver fatto di male nel mondo, per meritarmi un destino tanto crudele? Io vedo chi morirà, e come morirà. Eppure non posso fare nulla per impedirlo. Io mi sento assassino ancor più di chi davvero compie il gesto.” Scriveva spesso nei suoi appunti. Qualunque cosa stesse facendo, lui is fermava e scriveva questa frase. La scriveva, poi la rileggeva, poi la appallottolava e la gettava via. Non la fede. Non la medicina. Non l’ipnosi. Neppure l’esoterismo, lo avevano aiutato a capire cosa fossero quei sogni. Lui sognava, e la gente moriva. Semplice. Aveva provato anche ad ammazzarsi. Aveva bevuto una bottiglietta intera di veleno. Ma a nulla servì. Si taglio le vene. Alla braccia. Alle gambe. Al collo. E non uscì neppure una goccia di sangue. Allora si rassegnò. Gli anni passarono, Paul continuò a sognare persone, ed a “ucciderle”. Conobbe la ragazza del sogno, si fidanzarono, lei lo lasciò, investirono. Gli occhi vitrei, ancora vivi, lo fissavano. Lei morta, lui indenne. Passarono ancora gli anni. Ad uno ad uno sempre più lenti. Finché, la notte della vigilia di Natale, sognò il suo corpo steso a terra, morto. Allora si alzò di fretta. Indossò i vestiti del sogno. Scese in strada ed iniziò a correre. Odorò l’aria. Sapeva di buono. Era da molto che non usciva. Correva in mezzo alla strada. Aspettando che la morte lo cogliesse. Non è riuscito a vedere come sarebbe morto. Per farlo avrebbe dovuto aspettare più notti. Avrebbe dovuto sognarsi tante e tante volte per delineare il modo. Ma a lui cosa interessava? Oggi sarebbe morto, solo questo era importante. Corse. Corse. E corse ancora. Finché, persa ormai la lena, si accasciò a terra e si addormentò subito. Non sognò, per la prima volta, nulla. Poi si svegliò, era in ospedale. Lontano sentiva urlare “lo stiamo perdendo”. Sorrise. Chiuse gli occhi. Sospirò. Ed ecco che fu morto.

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