Racconti

Nonno Pepè e Nonna Nunziatina

Era il 27 Novembre 1938. La sera era calata da poco sulle piccole casette popolari riverniciate di giallo di Tridetti. La pioggia scrosciante batteva sui tetti spioventi, costruiti così affinché la neve scivolasse senza causare danni. Eppure, stranamente, in un paese freddo e nevoso come Tridetti, ancora neppure un fiocco di neve era sceso in terra. Spesso le nuvole, soprattutto nell’ultimo periodo, erano dense e scure. Basse che quasi coprivano i volti degli uomini, ma cariche solo di abbondantissima pioggia. Neppure un tuono, nessun lampo. Solo ed esclusivamente pioggia. Gli Ienuso, che abitavano una fra le più diroccate casette popolari del paese, erano tutti stretti attorno al camino spento. Ebbene si, nonostante il freddo di quei brevi giorni quasi invernali, il camino di mamma Nata, papà Domenico, suo padre Giuseppe, ed i tre bambini, Nicolino, Giuseppe e Salvatore era spento, perchè la legna, a causa della pioggia, era completamente fradicia. A dir la verità, anche la casa era bagnata, infatti, la pioggia ricopriva le strade interamente, ed in alcuni punti arrivava anche a dieci centimetri di altezza, e, la casa di mattoni data dal comune a Nonno Giuseppe non era certo in grado di tener fuori l’acqua. Ben più di una volta volta, il piccolo Giuseppe aveva provato ad accendere il camino, tentando e ritentando in tutti i modi, ma a nulla erano serviti i suoi incessanti sforzi, se non a ferirsi una mano con una tavoletta di legno chiodata. Solo dopo aver visto il sangue, il caparbio, e forse un pò testone, si era messo l’anima in pace. Ma che ci poteva fare il piccolo Giuseppe, era fatto così. Se voleva una cosa, doveva ottenerla, ma, sia chiaro, non stiamo certo parlando di soldi o di ricchezza, parliamo più di obbiettivi, di doveri morali. Era un bambino buono, che già a dieci anni difendeva la madre da un marito crudele, che più di un figlio aveva mandato in orfanotrofio. Anche Nicolino ed Salvatore,che erano gemelli ed avevano un anno, stavano per essere mandati, ma, il pianto sconsolato di mamma Nata, unito allo sguardo pieno di disprezzo del piccolo Giuseppe verso il padre, convinsero Domenico a tenere i sue bambini. Questo aveva comportando non pochi problemi ad una famiglia non già agiata, ma ciò non importava al piccolo Giuseppe, disposto anche a togliersi il cibo di bocca, pur di veder sorridere sua mamma. Sì, Giuseppe era proprio innamorato dei sorrisi. Quando era piccolo amava quello di sua mamma, poi della sua maestra delle elementari, che, con suo grande rammarico, potette frequentare per soli 3 anni, prima di iniziare a pascolare le pecore. Ed infine, ormai quattordicenne, si innamorò del sorriso di Annunziata, detta da tutti Nunziatina. Una ragazzina un anno più piccola di lui, ma già molto più alta del minuto Giuseppe, che, negli anni era diventato “Pepè”. L’aveva conosciuta un giorno, in un immenso campo, dove, ordinatamente erano disposti gli alberi di gelsomini con cui, ai tempi, si usava fare il profumo. Lei a scuola non ci era mai andata. Erano nove fratelli, e poi c’era lei, l’unica sorella, nonché la sorella maggiore. Era suo dovere prendersi cura di loro, soprattutto dopo la morte della madre, che aveva spezzato il suo cuore, ma soprattutto quello di suo padre, Antonio. Così la piccola dovette trovarsi un lavoro subito, e, cosa poteva mai fare una bambina se non raccogliere fiori da rivendere ai produttori di profumi? E fu così che aveva iniziato ad alzarsi alle quattro del mattino, tutti i giorni, dal lunedì al sabato. Si alzava, sistemava casa, puliva, rassettava, aiutava i fratelli ed andava a lavoro. Ai tempi non esistevano i diritti dei lavoratori, o almeno non in pratica, quindi, più raccoglievi più venivi pagato. Semplice, vero? Lei raccoglieva abbastanza da comprare due kili di legumi e due kili di pane al giorno, che bastavano a malapena per tutta la famiglia. Il suo campo preferito era quello dietro l’argine della fiumara, perché si affacciava su un enorme specchio di acqua, che, anche se era verde e piena di muschio, le ricordava il mare. Pepè pascolava le pecore nella riva opposta del fiume, ma, dopo essere stato letteralmente rapito dal sorriso di quella ragazza, sempre più spesso costringeva le pecore in un ponticello stretto per stare più vicino a lei. Passarono i giorni. Passarono le settimane. Lei raccoglieva fiori, lui pascolava pecore, sempre più vicino a lei. Finché, in un tiepido giorno di settembre, lui non si fece coraggio e le andò a parlare. Si presentò, provando forse a fare lo spavaldo, ma non gli riuscii bene, anzi, non fece altro che sembrare goffo ed imbranato. Lei rise, poi tornò a sorridere e si presentò. Col passare dei giorni divennero sempre più amici. Si confidarono di tutto, compresa una cosa di cui Pepè non parlava mai, la scuola. Amava andarci, e, anche se all’esterno sembra non gli importasse, soffriva molto nel pensare che non avrebbe mai studiato per diventare qualcuno di importante. Negli occhi di Nunziatina apparve un velo di tristezza. Lei non sapeva neppure leggere, e si confidò con lui. Allora lui il giorno dopo le portò il suo abbecedario ed i suoi libri. Le insegnò a leggere. Ed anche un pò a scrivere, anche se, a dirla tutta, neppure lui sapeva scrivere bene. Passarono gli anni. Ad uno ad uno sempre più piovosi e meno nevosi, ed in questi anni Pepè e Nunziatina crebbero e si sposarono. Ebbero due figli, Domenico e Antonio. Il primo svogliato ma ambizioso, il secondo sveglio ed intraprendente. Antonio studiò molto, rendo fieri gli ormai vecchi genitori. Pepè morì nel 2005, lasciando sola un’ormai malata Nunziatina. Ma prima di morire fece in tempo a raccontare la sua storia alla sua piccola nipotina -in una lunga giornata nevosa come non si vedevano da prima che nascesse Giuseppe- ormai diventata abbastanza grande da poterla raccontate a sua volta.

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