Cara mamma,Ricordi quando mi chiedevi cosa volessi fare da grande ed io non sapevo cosa rispondere? L’unica certezza era che volevo andare lontano, anche se, infondo, cosa fosse lontano, non lo sapevo. Allora mi sforzavo e rispondevo la cosa più lontana che mi veniva in mente: il cielo. E dicevo: da grande farò l’astronauta! Ah, quanto era bella l’euforia dei miei anni. Ed i miei sogni. Mi vedevo fra le nuvole, veloce, portato dal vento. Mi immaginavo la notte ad appendere le nuove stelle, che, come mi hai insegnato tu, sono i sogni delle persone. E, se qualche sogno si fosse infranto, toccava a me riprendere la stella, aggiustarla e riattaccarla, perché nessuno può vivere senza sogni. Poi ho iniziato a crescere, ho cambiato mille lavori diversi, ma quel bisogno di immensità è rimasto con me, nell’angolo sotto il cuore. Qui conservo tutto ciò che più di importante ho, certo che nessuno possa penetrare lì a fare razzia di sentimenti. Sai mamma, lì c’è pure il tuo sorriso. Ho continuato a crescere, ha fatto un corso pomeridiano di astronomia ma non mi è piaciuto. Io non voglio che le stelle siano ammassi incandescenti, io voglio che le stelle siano sogni. I miei sogni. I tuoi sogni. I sogni di tutti. E allora ho cercato un mestiere adatto a me, ma purtroppo “l’aggiunta sogni” non lo vuole nessuno. Finché un giorno, mentre io, assorto, guardavo il cielo, un uomo mi disse di fare il poeta. Ed aveva ragione! L’unico mestiere che crea sogni e li rende reali è il poeta. Perché la poesia è realtà, ma non cupa e grigia, ma dolcissima e amorevole. Anche il dolore, trascritto in poesia, diventa sopportabile. Finalmente ero felice, anche se non completamente. Per esserlo io avrei dovuto comporre poesia fra le stelle. Ed è per questo mamma che ti chiedo di non piangere il mio corpo, né di portare rancore all’uomo che mi ha ucciso, perché, grazie a lui, io sono un’anima fra le stelle che scrive poesie.

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