Racconti

Padre e figlio 

Qualcuno bussò alla porta mentre Luana si rivestiva. Accarezzai il letto su cui ero sdraiato e misi velocemente i calzoni. Aprì la porta e vidi William con una bottiglia di vin santo toscano e un pacco di sigari toscani”Extravecchio”. Con un sorriso complice lo invitai ad entrare, facendo uscire in malo modo Luana. Vidi i suoi occhi scendere e scrutare il corpo di lei, ma non me ne preoccupai. Non era il momento. Dovevamo parlare.Presi due calici dalla mensola sopra il piano bar e versai il liquore, poi accesi due toscani e aspirai da uno mentre ancora non ero seduto. Inghiottì un po’ di fumo. Barcollai. Il mio amico si mise a ridere:

-“Perdi colpi. Soffocarti per un sigaro e perdere di mente gli obiettivi principali per una sgualdrina.”

Lo fissai per un paio di secondi con sguardo arcigno. Poi risi. 

-“Forse non ti soffochi con un sigaro, ma anche tu ti sei abbandonato ai tuoi piaceri, se non sbaglio .”

-“Non sbagli amico mio, ma non è di questo che volevo parlare.”

-“Immaginavo.”

-“Ci sono problemi.”

-“Dove?”

William si tolse la giacca, si slegò un gemello e si alzò la camicia per mostrami il simbolo che aveva sul braccio. Conoscevo quel logo. Diavolo se lo conoscevo. Ho lavorato per questa setta per anni, poi avevo smesso.

-“Sai meglio di me chi siamo. Siamo ai vertici della politica, dell’economia, della religione. Ma sai quanto è importante che non trapeli nient…”

-“Ho smesso.” Lo interruppi freddamente.

-“Fammi finire.”

-“So cosa mi vuoi chiedere. Un idiota qualunque è uscito lasciandovi nella merda e avete bisogno che io lo uccida. Sono un sicario. Ho lavorato per voi per trent’anni, ora basta. Sono stanco e voglio godermi quello che ho.”

-“Goderti quello che noi ti abbiamo dato. Noi decidiamo chi può e chi non può vivere e lo sai!” Le parole di William si fecero amare e pungenti. Era rabbioso come un cane. Non è abituato a sentirsi dire di no. 

-“Beh, sicuramente andare con delle troie è molto meglio che uccidere. Uccidere stanca. Uccidere da rimorsi. Noi per farti stare zitto ti permettiamo di avere una villa di 36 000 metri quadrati con cameriere e autista e…”

-“E basta. Smettila. Cosa credi che sia? Un bimbo di sei anni a cui devi rinfacciare i giocattoli che gli hai comprato.” La mia voce era pacata, come sempre. Quando il tuo lavoro è uccidere a pagamento la calma non la perdi mai. O quasi mai. Tutto il contrario di William. Ora era all’impiedi dinanzi a me e con un dito mi indicava il volto. Stavo per scoppiargli a ridere in faccia.

Si rimise seduto e dopo aver preso un sorso di liquore mi guardò.

-“Per tornare alle troie. Ricordi una bionda italiana.”

-“Ne ho prese tante.”

-“Lei non è tante. È speciale. E lo sai. L’hai messa incinta.”

-“La ucciderete o ucciderete il mio bastardo se non farò quello che volete?”

Scoppia a ridere in modo fragoroso. Aspirai il sigaro e bevetti dal mio calice. Sorrisi.

-“Non noi uccideremo il tuo bastardo. Ma tu. È lui quello che si è unito a noi per poi tirarsi indietro. A quanto pare voleva sapere qualcosa in più su suo padre.”

-“Tu menti.”

-“Si, caro mio. Voleva conoscere il proprio padre ma quando ha capito che patto stava facendo si è rifiutato. Ha capito che il gioco non valeva la candela. O meglio, che tu non valevi la sua anima. È come te. Un inetto. Uno quaquaraquà. Un uomo senza spina dorsal…”

-“Non hai stima verso di me come uomo e questo lo capisco, ma, credi davvero che io possa pensare che tu stia dicendo il vero?”

Il mio sorriso si fece nervoso. Convulso. 

William si alzò di scatto, mise le mani velocemente dentro la borsa ed estrasse un dossier. Lo buttò sul tavolo.

-“Ecco. Studialo con calma. C’è anche un test del DNA. Hai una settimana per decidere il da farsi. Sai dove trovarmi. Aspetto una risposta.”

Appena William si chiuse la porta dietro di se mi alzai anch’io. Guardai la stanza. Mi parve diversa. Un figlio. Mio figlio. Presi il dossier e lo misi sotto un ammasso di fogli e giornali. 

Chiamai Jessica e Michelle per divertirmi un po’. Eppure niente. Il gesto era meccanico. Inanimato. Senza complicità. Senza epicità. Avevo la testa altrove. Mi stavo innervosendo. Mi alzai dal letto nudo e mi misi sotto la doccia intimando le due ragazze di non essere lì al mio ritorno. Uscito dalla doccia presi la mia unica salvezza. 25 gocce di Xanax. Un uomo da un passato travagliato come il mio ha bisogno di un aiuto per andare tra le braccia di Morfeo. Affondai la testa sul cuscino. 

Mattina.

Un raggio di sole mi abbagliò gli occhi. Bestemmiai. Mi alzai e mi diressi in bagno. Guardandomi allo specchio mi sentì una merda. Iniziare a lavarmi convulsamente il viso quasi a voler togliere l’alone che copriva la mia santità. Dopo un omicidio mi sentivo il re del mondo, sensazione che non sento da molto. Ora è rimasto solo lo schifo. Lo schifo per me stesso. Lo schifo per aver ucciso uomini buoni e cattivi. Donne. Bambini. Animali. Bombe. Fucili. Pistole. In base all’occasione sceglievo l’arma. Bamb. Boom. Alle volte ho ucciso corpo a corpo ma non mi piace. Mi rende una vittima che si deve difendere e io non sono la vittima. Sono il carnefice. Lo sono sempre stato. Non ho mai avuto paura a stuprare donne indifese. Chissà quanti figli ho nel mondo, perché mi preoccupo solo di questo figli di puttana?

Continuai la mia vita con la solita routine, ma nulla mi dava pace. I sigari mi innervosivano. Il whisky mi innervosiva. La musica classica mi innervosiva. Le donne mi innervosivano. Sapere che mi figlio mi stava cercando mi aveva cambiato. Mi aveva fatto dubitare di me. Mi aveva ritrovato dei sentimenti che non ricordavo più di aver provato. Mi ricordai di mia madre. Così impegnata eppure così dolce. Non la vedevo quasi mai eppure la amavo. Il mio rapporto con lei era morboso. Una volta una psicologa mi disse che cambio spesso partner sessuale per non pensare alla frustrazione di non essere mai riuscita ad avere un’amplesso con mia madre. O forse non la parola non era amplesso ma rapporto sentimentale. Non ricordo. Risi sguaiatamente. Non era con me. Non mi ha trattato da madre. Che male ci sarebbe mai stato?! Beh, ho perso il momento propizio. Non apprezzo la necrofilia. Sopratutto dopo che l’ho crivellata di proiettili e seppellita nel boschetto dove mi portava le poche volte che stava con me. Ricordare mia madre mi riempiva di emozioni ogni volta. Spesso però il sentimento principale era l’appagamento per averla uccisa senza battere ciglio. Stavolta no. Mi avvicinai al caminetto spento e lo guardai. La cenere di ieri sera era ancora lì. Il passo era leggero. Il mio cuore era pesante. Ricordare mia madre oggi mi ha fatto rivivere le attese di quando non c’era. I pianti. I perché. Perché preferisce lavorare anziché stare con me? Perché preferisce dormire con altri uomini anziché me? Ero ancora troppo piccolo per capire. Ho sempre pensato di avere dell’attrazione sessuale verso mia madre. Solo ora mi rendo conto lei mi mancava. Non volevo una vagina. Volevo una madre. Così come mio figlio vuole suo padre.

Suo padre. Suo padre. Suo padre. 

Queste parole mi risuonarono in testa. Ancora e ancora. 

Finché non mi decisi ad aprire il fascicolo e vedere almeno il volto del mio bastardo.

*Si aprono le porte del ascensore*

Ventiseiesimo piano. Quarto ufficio a destra. 

Bussai. 

Dopo poco mi accolse la segretaria di William che mi chiesa di accomodarmi ed aspettare. Uscì un grottesco uomo con la barba lunga. Entrai io.

-“Buongiorno.” Un sorriso compiaciuto si palesò sul volto di William.-“Ci hai pensato quindi?”

-“Si. Non riesco a non pensarci. Al suo volto. Al suo sguardo. Credo abbia i miei occhi.”

-“Quindi?”

-“Devo dimenticarlo…*un sospiro* e per dimenticarlo devo ucciderlo.”

-“Bene. Scegli tu come farlo tornare alla casa del padre”-disse blasfemo-“ma fallo in fretta.”

-“Morirà a breve.” Dissi imbronciato. Eppure sapevo che sarebbe stato l’unico modo per liberarmi di quel opprimente senso di colpa che mi pesava come un macigno sullo stomaco.

-“Ironico vero. Tu gli hai dato la vita. Tu gliela togli. Questi sono gli scherzi che la natura fa”

William continuava a parlare di spalle. Mi alzai. Me ne andai. Non avevo più voglia di sentire le sue parole.

Riaprire gli armadi in cui tengo le armi è stato strano. Tutti i miei fucili. Tutte le mia pistole. Tutti i miei coltelli. Tutto era lì. Immutato. Le polveri da sparo. I proietti. I veleni. Tutto fermo. Tutto come prima. Ero convinto che aprendoli avrei provato disprezzo. Eppure no. La sensazione era la stessa di prima. Vanità. Fierezza. Uccidere persone mi rende il predatore primordiale. Il sopravvissuto. Mi appaga.

Se davvero il mio bastardo mi somiglia non voglio sfigurarlo. Lo ucciderò con un solo colpo secco al cuore con una 22 lr. Piccolo calibro, non troppo potente ma letale. 

Presi anche del veleno. Non si sa mai. 

Dopo aver preparato l’arsenale non mi resta che trovare un luogo isolato dove ucciderlo. Avendo i dossier so esattamente cosa fa e non devi neanche preoccuparmi di avere informazioni su di lui. Ogni giorno. Alle 22:30. Passa di lato a un vecchio stabilimento tessile. È lì che lo colpirò domani.

Appagato di questi pensieri e compiaciuto del mio futuro omicidio mi diressi in camera dove mi aspettavano Katy e Carlotta. Una scopata è proprio quello che ci vuole prima di un omicidio.

22:15. In posizione. Sono sul tetto dello stabilimento tessile con la pistola in mano. 22:30. Eccolo. È lui. Vado a premere il grilletto. Mi fermo. Voglio guardarlo negli occhi mentre lo uccido. Scendo. Lo fermo.

-“Chi è lei?”

-“Non lo sai? Ti sei unito ad una setta per conoscermi. Potresti almeno salutarmi come un bravo figlio.” Dissi sogghignando.

-“Sono stato dentro per abbastanza tempo da sapere che tu sei il sicario di quel branco di pazzi e che, essendo uscito, ora sto per morire.”

-“Esatto. Tra poco sarai morto. Ma almeno mi ha conosciuto. Non sei contento?”

Risi ancora più forte. Poi alzai la pistola e gliela puntai al petto.

-“Vuoi dire qualcosa? Non sembri spaventato dalla morte.”

-“Non lo sono infatti. Sono cresciuto solo. Nessuno piangerà la mia morte. Ricordi mia madre? Forse no. Beh, è morta di overdose quando avevo quattro anni. Sarei potuto andare in una casa famiglia ma essendo un figlio di nessuno, nessuno si era mai preso la briga di dire all’anagrafe che esistevo quindi ho vagabondato. Ho passato la vita credendo che quando ti avrei trovato sarebbe stato bellissimo. Ti ho sempre immaginato come un uomo forte, magari un giocatore di football *un sorriso* vedevo mio padre come il mio eroe, come tutti i bambini. Solo che come tutti gli eroi magari eri a salvare il mondo. Quando sono divenuto adulto ti ho cercato. Eppure le tue notizie si fermavano alla setta. Ci sono entrato. Ti ho cercato. Non c’eri. Nel frattempo loro mi usavamo. Mi dicevano che sarei stato libero. Che ti avrei trovato. Mi dicevano che sarei divertito il carnefice. Il predatore primordiale. Eppure mi usavano. Mi usavano come hanno usato te. Quando l’ho capito sono uscito. Non valevi la mia anima. Non vali la mia vita. Eppure mi sarebbe piaciuto conoscerti e non provo rancore verso di te. Ah, ti prego, da un paio di anni a questa parte aiuto dei cani abbandonati e dei cani randagi facendo il volontario ad un canile, ti prego, continua ad aiutare quei paesi veri animali. Ora spara.”

Un brivido mi percorse la schiena. Mio figlio. Il mio unico figlio. E io lo stavo uccidendo. Abbassai la pistola. Mi accasciai a terra e inizia un pianto inconsolabile. Le lacrime scortavano veloci. Non avevo mai pianto. Mi passò davanti agli occhi tutta la mia vita. Non ero il carnefice, ero la vittima. La vittima fagocitata e plagiata. La vittima che uccideva altre vittime. Un oggetto. La mia vita era una presa in giro. Mio figlio si abbassò e mi protese la sua mano.

-“Ti va se andiamo a bere qualcosa insieme?”

Annui.
Due bicchieri dì whisky. Ci sedemmo in un tavolo ad aspettare. Avevo le mani sporche di polvere da sparo. Me lo fece notare. Andai in bagno. Mi guardai allo specchio e per la prima volta nella mia vita, guardando la cicatrice che ho sulla fronte a causa di uno scontro corpo a corpo, non mi sentii una merda. Tornai di la. Mio figlio mi sorrise. Mai avevo provato così tanta gioia. Mi sedetti di fronte a lui e sorseggiai. Notai cambiare qualcosa nella sua espressione. Il suo sorriso da felice diventò compiaciuto.
-“Nel tuo bicchiere c’era del veleno di serpente. Credo tu conosca gli effetti, ma ci tengo a ricordateli. Inizierai a non riuscire più a muoverti. Il veleno bloccherà tutti i tuoi muscoli. Poi sentirai la gola chiuderti. La voce smetterà di uscire. Finché anche l’ultimo dei tuoi muscoli si bloccherà ed il sangue smetterà di scorrere.”

-“Perché? Mi volevi conoscere. Mi volev…”

-“Perché gliel’ho chiesto.”

Una voce conosciuta sopraggiunse da dietro. Era William.

-“Ottimo lavoro. Il nuovo sicario sei tu.” Disse a mio figlio. Poi si rivolse a me. 

-“Gioisci. Tuo figli ha le tue stesse doti. Precedo la tua domanda: era tutto programmato? A dir la verità no. Io ho detto a te di uccidere lui e a lui di uccidere te. Non sapevo chi dei due sarebbe morto. Credevo lui, ma in cuor mio sapevo che sei sempre stato uno quaquaraquà.” William mentre parlava bevette dal bicchiere di whisky del mio bastardo.

-“Ma… La storia del vagabondare. Del volermi conoscere.”

-“Era vero, ti volevo conoscere. Quella del vagabondare no. William mi ha cresciuto quando tu hai fatto scappare mia madre il più lontano possibile. Lo ricordi? Mi ha cresciuto come un padre ed ora voleva farmi uccidere da te.” Sogghignò.

-“Che cosa stai dicendo?”

-“Sbaglio o hai appena bevuto dal mio bicchiere?”

-“S..s.si.” Disse con la voce tremante.

-“Anche lì c’era del veleno. Ma siete entrambi troppo presuntosi per rendervi conto che non siete i vertici del mondo. William, tu hai cercato il divertimento. Volevi vedere chi sarebbe morto tra i due. Tu anche hai cercato il divertimento. Però lo hai fatto con delle povere ragazze. Fate schifo. Entrambi. Ora scusate ma devo andare.

E spero vivamente che brucerete all’inferno.”

Ormai ero accasciato in terra. William aggrappato ad una sedia di fianco a me.

-“Avresti mai pensato che sarebbe finita così?” Risi per l’ultima volta.

Lui mi guardò. Si accasciò a terra. Sorrise. Chiuse gli occhi. Li chiusi anche io. Il buio. Ero morto.

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